CARLO BOCCHIALINI INTERVISTA ANTONIO BOCCHI

Carlo Bocchialini Intervista Antonio BocchiChirurgo plastico, scrittore, musicista, film maker, chef, tanti interessi e tante attività, tutte importanti. Come è riuscito a integrarle fra loro e a creare un’armonia?

Il fattore comune, l’elemento che ha saldato tutte queste attività è la creatività, il mio desiderio, mai sopito, di inventare situazioni nuove, di lanciarmi in sfide stimolanti e misurarmi in campi di cui all’inizio non possedevo gli strumenti ma che mi facevano sognare. La vita è sogno, dopotutto, come dice Calderon De La Barca.

Anche nel campo della chirurgia plastica la creatività è importante, sebbene uno dei miei maestri francesi dicesse sempre “Antonio, toujours la même chose”, sottolineando che la sistematica applicazione di tecniche consolidate, di particolari sperimentati più volte sono la garanzia di un risultato apprezzabile. Tuttavia, una delle prime relazioni scientifiche che scrissi per il professor Azzolini, mio primo maestro, si intitolava proprio “Chirurgia plastica, scienza o arte?” per sottolineare, oltre  l’aspetto scultoreo del nostro lavoro, la necessità di trovare sempre soluzioni morfologiche originali pur nel rispetto dei dettami imposti dalla scienza.

Cosa ha portato un chirurgo plastico sulla strada dei romanzi gialli?

Apparentemente sembrerebbe non sussistere nessuna correlazione anche se l’attività di medico è di per se stessa un’indagine nei meandri oscuri del corpo umano cercando di capire i meccanismi e le cause che portano alla devianza, alla malattia, al delitto, quindi. Ma non è stata la professione che ho esercitato per tanti anni ad avermi condotto sulla strada del giallo. E’ stato piuttosto il fascino per il mistero, per l’enigma da risolvere, frutto delle mie letture giovanili, della mia innata propensione per le atmosfere oscure. Il brivido che ci attraversa quando ci confrontiamo con una situazione inaspettata e drammatica, come può essere l’omicidio.

Lei è anche musicista: c’è un legame tra i suoi libri e la sua musica?

Indubbiamente esiste una stretta relazione tra quello che scrivo e quello che compongo, vale a dire il mio animo dark. La mia musica affonda le radici nell’elettronica di gruppi che hanno fatto la storia di questo genere come i Kraftwerk, gli Ultravox, i Kirlian Camera ma si è anche ispirata a musicisti meno oscuri come Schulze e Moby. Tempo fa, un amico mi definì un “gotico solare” perché in me convivono sia l’aspetto tenebroso sia l’amore per la luce e la magnificenza della natura. Quando mi sveglio e vedo che il sole illumina il mondo mi sento felice. D’altra parte la notte mi affascina, mi trasporta in una dimensione arcana suscitando un senso impareggiabile di ebbrezza creativa. Non a caso il personaggio protagonista dei miei romanzi, Bruno Lomax, è caratterizzato da una parte oscura, malinconica, introspettiva e una parte solare e luminosa.

Quindi Bruno Lomax ha qualcosa di autobiografico?

Questa è una domanda quasi obbligatoria e non solo per il fatto che Lomax era medico, prima di abbandonare la professione e diventare detective privato. Potremmo dire che l’attività di investigatore è l’equivalente di quella di scrittore con l’unica differenza che io invento le storie e Lomax le interpreta. Senza contare che ha i miei stessi gusti musicali, letterari, gastronomici, artistici. Molti riscontrano aspetti del mio carattere in lui, il mio stesso modo di pensare e di interagire con le situazioni che gli si presentano. Effettivamente Lomax si può considerare il mio alter ego, seppure molto diverso sotto il profilo sentimentale. Lomax non ha mai una storia d’amore stabile e a lieto fine, si innamora di donne a dir poco problematiche e si dibatte costantemente in un marasma di relazioni sempre precarie, senza contare il legame del tutto particolare con la segretaria Jette, creatura stupenda e quasi iperrealista, con la quale condivide ogni sua emozione e vicissitudine ma senza aver mai instaurato un rapporto stabile e duraturo. Ecco, in questo Lomax non mi assomiglia affatto, in quanto io ho la fortuna di condividere la vita con una donna meravigliosa con la quale sono sposato da oltre venti anni in grande armonia e felicità. Tuttavia, all’inizio della nostra relazione, sotto certi aspetti, lei poteva assomigliare a qualcuna delle donne stupende e oscure che ha incontrato Lomax nelle sue prime indagini. Mi riferisco, in particolare, alla protagonista di “Sangue di Madre sulle Labbra”, che ha visto anche un prequel cinematografico quando mi dilettavo a realizzare film amatoriali. Mia moglie aveva interpretato la parte di Claudia Morel, nickname che tuttora conserva come componente della mia band Lux Anodyca di cui fa parte.

A questo proposito, sembra proprio che l’universo femminile rivesta un ruolo fondamentale nei suoi romanzi. Alcuni anni fa è uscita per Delos la Trilogia delle Donne Perdute, ora ha pubblicato su Amazon la Trilogia delle Donne Spietate. Donne sempre al limite, estremamente problematiche ben lungi dall’immagine di angeli del focolare

Possiamo dire, in effetti, che l’universo femminile sia il vero protagonista dei miei romanzi. Donne complesse, difficili, oscure, che mettono in seria difficoltà la controparte maschile. Dagli anni Sessanta in avanti, la condizione femminile è cambiata radicalmente. Le donne hanno acquisito consapevolezza della loro natura esplosiva, capace di generare la vita, delle loro doti organizzative e imprenditoriali che potevano andare ben oltre le incombenze familiari. Sono diventate figure in carriera, con una mascolinizzazione che ha spiazzato il maschio abituato a considerarle relegate accanto ai fornelli o ai figli senza alcun ruolo attivo nella società. L’uomo, molto spesso, non sa più come affrontarle, come relazionare con loro, giunge ad averne paura, inconsciamente, esplodendo in gesti di insana aggressività. La violenza sulle donne è cresciuta proporzionalmente alla loro affermazione sociale e alla propria indipendenza culturale tanto da spiazzare i maschi increduli. D’altra parte, questa trasformazione ha anche portato alla comparsa di donne disturbate, in grado di esprimere il loro dolore e la loro aggressività, come appunto avviene nelle due Trilogie.

Donne Perdute e Donne Spietate. Ci vuole illustrare la differenza fra queste due opere?

In realtà possono essere considerate le due facce di una stessa medaglia, vale a dire, l’emancipazione della donna dalla sua condizione di fattrice e di domestica. Nella prima trilogia, le cosiddette donne perdute, vittime delle ferite che hanno subito nel corso dell’esistenza, manifestano la loro sofferenza attraverso una rabbia che si trasforma in violenza, al pari di quella che solitamente caratterizzano i comportamenti maschili. Esiste comunque una sorta di dolcezza di fondo, una capacità di lasciarsi andare all’euforia dell’amore anche se lo smarrimento e il dolore finiranno per prendere il sopravvento. Nella Trilogia delle Donne Spietate si parla di figure femminili che hanno assunto ruoli tipicamente maschili nell’ambito della società, rinnegando le loro prerogative storiche e innate, come l’amore per i figli, l’accoglienza, l’amorevolezza. Ma anche per queste virago ci può essere un momento di abbandono, in cui si concedono attimi di tenerezza in cui riscoprono un ruolo che tuttavia non sono più in grado di interpretare fino in fondo. Lomax, uomo moderno e consapevole, è capace di interagire e di accogliere queste donne terribili, di comprenderle, di amarle, lasciandosi trasportare in un universo affettivo del tutto inusuale e inaspettato che lo metterà sempre in seria difficoltà.

Se Lomax dovesse divenire il protagonista di un film o di una serie tv quale attore sceglierebbe per interpretarlo?

Sicuramente Clive Owen.

I suoi personaggi sono spesso in bilico tra la follia e la disperazione di chi ha venduto l’anima al diavolo: come nascono? Quanto c’è della sua esperienza personale in questi personaggi?

L’universo “scellerato” in cui si aggira Lomax nelle sue indagini è ricco di personaggi al limite, tenebrosi, ambigui che si ritrovano in un mondo incapace di accoglierli e allora si lasciano andare alle loro pulsioni più violente e malvage. Tuttavia in essi non c’è mai un desiderio assoluto di potenza, dominio o immortalità, come si verifica per chi ha stretto un patto col diavolo. Sono tutti vittime delle loro profonde ferite psichiche, delle esperienze strazianti che hanno dovuto subire. Lomax ha effettuato un cammino psicoanalitico (la sua terapeuta è uno dei personaggi secondari) che gli consente di comprendere profondamente i drammi degli individui con cui interagisce, accostandosi ad essi non con l’occhio dell’inquisitore o del giustiziere ma con l’animo aperto e comprensivo del terapeuta, come era in passato quando faceva il medico.

Il bene e il male convivono in ognuno di noi?

Sono due termini un po’ troppo marcati e schematici per poter definire cosa avvenga nell’animo umano nel corso di una intera esistenza. Direi piuttosto che esistono vari gradi e livelli di sofferenza pregressa, più o meno consci, che caratterizzano la vita di ognuno. Un’infinita scala di grigi, in cui il bene e il male si contendono incessantemente il dominio dell’animo.

C’è qualcosa nei suoi libri che ha tratto ispirazione dal suo lavoro di chirurgo?

No, almeno per quanto riguarda la saga di Lomax. In realtà sto preparando altri romanzi di fiction, dei medical thriller che avranno come protagonista un chirurgo plastico, un alter ego ancora più simile a me, ovviamente. Inoltre, ora che ho abbandonato il lavoro di medico, ho in progetto di scrivere un mémoire sulla mia esperienza ultra trentennale nel mondo della chirurgia plastica.

Da quanto tempo scrive libri?

Ho iniziato l’attività di romanziere intorno agli anni Duemila, dopo la conclusione di quella di film-maker. Fin da piccolo ho avuto la passione di creare storie e inizialmente lo feci attraverso i racconti. Successivamente il mio grandissimo amore per il cinema e il teatro mi ha portato a utilizzare la messa in scena e l’inquadratura cinematografica. Ho scritto pièce teatrali ma soprattutto sceneggiature, sia per film che realizzavo io che per ipotetici produttori. Poi ho abbandonato il mondo del cinema amatoriale che non mi consentiva di realizzare le mie idee in maniera soddisfacente per ovvie mancanze di supporti produttivi e identificai nel romanzo il mezzo più consono alle mie possibilità e capacità.

Sempre e solo gialli?

Oltre ai gialli, come dicevo prima, sono in cantiere due opere autobiografiche, una riguardante la mia attività di chirurgo plastico, l’altra sulla mia formazione musicale che, al pari della scrittura, ha avuto un’importanza fondamentale, nella mia educazione e nella mia formazione culturale. Infine voglio citare anche un romanzo scritto diversi anni fa, dopo che visitai il campo di concentramento nazista di Mauthausen. Vi ambientai una vicenda in parte di fiction, ispirata agli orrori della Shoah e in parte basata su fatti veri, relativi alla storia dei genitori di un mio amico, noto pittore e birraio parmigiano, che si erano conosciuti in un campo tedesco e lo avevano concepito durante la prigionia. Un romanzo su cui ho lavorato a lungo ma che non ho mai proposto a nessun agente o editore. Forse non mi sentivo autorizzato, nel profondo, a parlare di una tragedia così immane.  

Lei che libri legge?

Prevalentemente romanzi di genere giallo/noir/thriller ma anche libri di tutt’altra natura, spaziando nei vari campi della letteratura. Di solito non leggo saggi.

C’è qualche giallista in particolare che ammira o a cui si ispira?

Non esiste un autore a cui mi ispiro. Tuttavia il personaggio di Lomax ha risentito dell’influenza di due figure come Dylan Dog e James Bond, l’uno per la capacità di indagare sulle situazioni più inaspettate e fuori dal comune, l’altro per l’aplomb, l’ironia e la raffinatezza. Per quanto riguarda gli autori, Giorgio Scerbanenco rappresenta, senza dubbio, il mio scrittore di noir italiano preferito. Mi piacciono molto anche i romanzi del commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni e alcune intuizioni di Carrisi. Tra gli stranieri ritengo maestri assoluti Pierre Le Maitre, Raymond Chandler, Michael Connelly, Don Winslow, Peter May.

E al di fuori della letteratura di genere quali sono stati i suoi autori di riferimento che più l’hanno influenzata?

Senza dubbio Franz Kafka è imprescindibile, con Pirandello e Beckett che insieme a lui hanno saputo fotografare, come nessun altro, il dramma del Novecento. E poi Dino Buzzati, che qualche critico ha voluto definire il Kafka italiano.

E fra i contemporanei?

Alessandro Piperno, Margaret Mazzantini, Andrea Di Carlo e Nicolò Ammaniti tra gli italiani, Bret Easton Ellis, David Foster Wallace tra gli stranieri.

Lei ha uno stile di scrittura molto originale, quasi sincopata e al tempo stesso essenziale, adattissima al ritmo dei suoi romanzi: come è arrivato a definire il suo stile narrativo?

Il mio stile deriva essenzialmente dall’aver scritto per molti anni delle sceneggiature per mie o altrui produzioni. La tecnica dello script è molto essenziale, diretta, visiva, con un ritmo incalzante, in quanto non è previsto dilungarsi in descrizioni che tolgono ritmo alla successione degli eventi e, soprattutto non possono essere trasformate in immagini. Un editor che rifiutò un mio romanzo definì il mio stile rapsodico. Ora ho attenuato questo linguaggio così scarno e diretto, impreziosendolo di una maggiore morbidezza.

Chi ha influito di più sulla sua vita?

In senso negativo, mia madre, in quanto, fin dai primi anni di vita, mi ha inculcato il concetto di dovere e di successo, soprattutto in ambito scolastico e professionale, input che mi hanno condotto a delle scelte sbagliate, non in sintonia con me stesso. In senso positivo, mio padre, regista teatrale e autore per diletto che mi ha fatto assaporare, fin dai primi anni di vita l’ebbrezza del palcoscenico e della creatività.

Ha avuto un’educazione laica o religiosa?

Religiosa, ahimè! E lo dico perché la religione ha rappresentato per parecchi anni motivo di conflitti devastanti all’interno della mia famiglia, di cui alla fine mi sono liberato abbracciando una religiosità laica, priva di riti, con un canale preferenziale col Padre Celeste a cui sempre mi affido. Una sorta di Personal Jesus, se vogliamo citare un pezzo dei Depeche Mode.

Quali sono le sue passioni al di fuori della scrittura e della musica?

Il cinema e il teatro, come dicevo prima. Entrambi sono entrati prepotentemente nella mia vita di adolescente nella metà degli anni settanta, quando il fermento culturale era tale che non potevo certo essere appagato della cultura stantia propinata dal Liceo Classico di allora. Ho preso parte a diverse attività teatrali con la Compagnia del Collettivo di Teatro Due e successivamente ho realizzato corto e lungo metraggi che hanno partecipato a rassegne cinematografiche indipendenti. Per molto tempo, soprattutto nella mia vita da single, ho avuto la passione della cucina, forse per dimenticare quella di mia madre, dispensatrice di orrendi mezzi di sussistenza che avrebbero potuto essere tranquillamente sostituiti da una nutrizione parenterale, più rapida, senza il delirio di un desco sempre triste e squallido. Una bella vena centrale e via. La cucina è stato il mezzo più consono per un’allegra vita sociale che allontanasse gli spettri della clausura e della tristezza patita in famiglia. Non ho mai eseguito ricette prese da libri o guide ma le inventavo, cercando sempre di realizzare piatti che potessero far trasalire i miei invitati. Ho avuto la passione per vari sport, come il calcio in cui non ho mai eccelso, con mio grande rammarico, il tennis e il golf, ora completamente abbandonati per dedicarmi ad attività motorie che hanno il solo scopo di evitare terapie contro l’ipertensione o l’iperglicemia e di mettermi in contatto, il più possibile con l’ambiente naturale.

Registi a cui è particolarmente legato

Nel cinema, David Lynch, Lars Von Trier, il nostro Paolo Sorrentino e Matteo Garrone quando non racconta fiabe e il rampante Xavier Dolan, oltre al raffinatissimo Wong Kar Way. In passato sono stato molto legato al cinema tedesco di Wenders, Fassbinder, Herzog. Per il teatro, sicuramente Tadeusz Kantor, Pina Bausch, Remondi e Caporossi, Eimuntas Necrosius e ovviamente il maestro Dario Fo.

Pittori preferiti

In primis la scuola espressionistica tedesca, con in cima Otto Dix,  poi Bacon, Guttuso, Dalì, De Chirico e il mio amico parmigiano Stefano Spagnoli le cui opere riempiono le mie case sia di città che di collina.

Musica preferita

Capitolo molto complesso in quanto i miei gusti sono variati considerevolmente nel corso degli anni. Dal progressive degli anni settanta, alla new wave degli ottanta, al crossover e al post rock degli anni novanta fino all’elettronica attuale. Adoro i Kirlian Camera, band storica parmigiana del mio amico Angelo Bergamini e i Rammstein, gruppo tedesco di metal, l’unico che sono andato a vedere anche all’estero, quando hanno suonato a Parigi-Bercy e dove mi sono reso conto chiaramente che un’arena per concerti era la mia vera casa.

La sua peggiore abitudine

Cercare di saltare le code, sempre e comunque.

Il suo peggior difetto

Non avere pazienza

E il pregio?

Ci vorrebbe  Poirot per trovarne uno, Lomax non basterebbe

Ci può raccontare una follia fatta per amore?

Il mio primo film, un lungometraggio, intitolato “La Corolla”. E’ stata una vera follia, realizzato senza mezzi, per raccontare metaforicamente i primi anni di amore sofferto tra me e mia moglie. Tranne lei, che era la protagonista, nessuno degli attori era al corrente che il film fosse la trasfigurazione artistica dei tormenti che abbiamo passato per lungo tempo.

E una follia fatta per lei?

Quando mia moglie ha accettato di cantare e di salire sul palco con la band. Per lei è stata un’autentica follia.

Se non fosse Antonio Bocchi chi le piacerebbe essere?

Diciamo Antonio Bocchi reloaded, con una seconda opportunità di vivere la mia vita diversamente, provando a evitare certi condizionamenti.

Nella vita più dubbi o più certezze?

La certezza genera arroganza, il dubbio stimola l’analisi, il confronto, l’accoglienza della diversità.

Parliamo di paura, che cosa le fa paura?

Non rendermi conto di cosa sta avvenendo nel mio corpo, ignorare i messaggi che a volte ci invia per avvertirci che qualcosa non va e che ci dobbiamo fermare ad ascoltarlo. Se ci fa male un piede, prendiamo pure un antidolorifico,  andiamo anche da un ortopedico o da un fisioterapista ma chiediamoci sempre perché è successo. Ignorare il messaggio della malattia è la peggiore delle paure perché significa che non siamo in sintonia con noi stessi

In che modo affronta le sue paure? Quanto hanno influito le sue paure sulle sue scelte di vita, sui libri e la musica?

Le mie paure mi hanno salvato la vita, in quanto mi hanno impedito di fare scelte ancora più deleterie di quelle che comunque ho fatto. Se ignoriamo la paura che rappresenta il primo campanello di allarme, allora il corpo deve innalzare lo stato di allerta e ci fa ammalare. E se ci ostiniamo a ignorare questi segnali, sono guai seri.

Ha paura della morte?

Si, perché la vita per me è meravigliosa e abbandonarla costituisce un serio problema di deprivazione. Ma in qualche modo bisogna accettarla, sperando nell’aldilà.

Se le chiedessi di fare un bilancio della sua vita, dal punto di vista della sua personale “felicità”, come la descriverebbe?

La felicità ce la costruiamo noi, giorno dopo giorno, attraverso la consapevolezza, l’accettazione e la fiducia. Non è qualcosa che ci piove sulla testa per fortuna o anche per meriti. La felicità è un nostro stato d’animo che dobbiamo coltivare con amorevolezza, ogni momento, apprezzando tutto quello di positivo che abbiamo e dimenticando quello che eventualmente ci manca, abbandonando i desideri ossessivi e disfunzionali. La felicità è un percorso quotidiano che deve sempre essere sostenuto con l’ottimismo e la fiducia. Se no, per quale motivo le rockstar si suicidano e invece i paraplegici ci sorridono dalla carrozzina mentre ci mostrano una piaga da decubito?

Che cosa è veramente importante ottenere nella vita?

La profonda consapevolezza di quello che siamo e delle ferite che hanno caratterizzato la nostra vita passata, per accettarle, perdonare o perdonarsi, provare compassione e amore per se stessi e per gli altri.

Qualche rimpianto? Cose che non ha fatto e che avrebbe voluto fare, cose che vorrebbe cambiare?

Quando mi capita di guardare una serie tv che tratta della vita degli adolescenti, mi accorgo che mi mancano molto quegli aspetti folli e incoscienti come le feste, i primi amori, sacrificati sull’altare blasfemo del dovere e dell’impegno a tutti i costi. Mi è mancata la leggerezza di quegli anni.

Dia un consiglio a un nipote adolescente su come affrontare la vita

Studiare poco e divertirsi il più possibile, in maniera sana, ovviamente, cercando di darsi amore. Il resto, se si vorrà, verrà dopo.

Recentemente è andato in pensione: nuovi libri, nuova musica e cos’altro?

Il pensionamento ha rappresentato per me una svolta epocale, ben più complessa di quanto mi sarei aspettato. Lo definirei il dramma del Super-Io, quella parte di noi plasmata sui diktat dei genitori, dei professori, dei primari e della società, in generale. Lo smantellamento del mio stato sociale di medico, dopo molti anni, non poteva essere affrontato a cuor leggero, come se si trattasse semplicemente di una liberazione da oneri che non sopportavo più. Si è dimostrato un vero rito di passaggio da affrontare con la consapevolezza che ormai stavo vivendo in un simulacro, dietro una maschera grottesca che non aveva più nulla a che fare con me. Ma il Super-Io ha le sue convinzioni e pertanto ci si deve guardare dentro con amorevolezza e lucidità per ricreare un nuovo equilibrio e andare avanti con fiducia assoluta. Come ha detto un personaggio della recente serie tv Romulus, io sono niente, quindi posso essere tutto.

Che cos’è per lei la “libertà intellettuale”?

Il poter esprimere le proprie convinzioni e idee ascoltando unicamente se stessi.

Quanto ci si è avvicinato?

In maniera soddisfacente, anche se il pericolo di compiacere qualcuno o qualche principio della società in cui viviamo è sempre in agguato e ci può condizionare. Anche questo costituisce un esercizio costante da portare avanti in tutte le prove e le circostanze che siamo chiamati ad affrontare.

Qual è il suo rapporto con il denaro, lei spende molto denaro?

Nella società occidentale il denaro è molto importante, sarebbe sciocco negarlo. Ho un rapporto abbastanza sereno e misurato con le spese, cercando di non farmi mancare nulla sulla base delle mie reali possibilità. L’unica trappola del denaro è diventare avidi, come il dickensiano Uncle Scrooge e allora sono problemi grossi.

Sentimenti, emozioni, gioie e dolori della vita: li vive intimamente o li condivide coi suoi cari o con amici intimi?

La condivisione  rappresenta la forma più alta di godimento per tutto ciò che riguarda lo stato emotivo. Vale lo stesso esempio precedente di Uncle Scrooge. Tenere tutto per se e non manifestare nulla (leggi: spendere) , causa isolamento e frustrazione.

Le interessano più le lodi o le critiche?

Le lodi consolidano l’autostima, le critiche la fanno crescere. Le lodi sono il dolcetto, le critiche lo scherzetto.

Cos’è per lei la saggezza?

La capacità di armonizzare le nostre parti interiori, a patto di conoscerle e di

comprenderle profondamente. Sorridere dei propri limiti e dei propri lati oscuri, averne compassione e riversarci addosso tutto l’amore che possiamo mentre ci guardiamo indietro a riconsiderare il nostro passato e come dice Greg Lake in “The Sage”, I carry the dust of a journey that cannot be shaken away   

Torniamo alla sua produzione artistica, per concludere. Quali sono i suoi

progetti futuri?

Dopo la pubblicazione della Trilogia delle Donne Spietate, ho lavorato alacremente a un romanzo, sempre con protagonista Bruno Lomax, ambientato durante l’emergenza Covid-19, un medical thriller che sfrutta la passata professione medica del protagonista. Ingaggiato per dare una mano agli ospedali sull’orlo del tracollo, come è avvenuto nella realtà attraverso il reclutamento di medici in pensione o neolaureati, Lomax si troverà ad affrontare situazioni incredibili che evidenzieranno come l’epidemia abbia fatto affiorare gli aspetti più deteriori e spietati dell’animo umano e di una società devastata dall’epidemia, sull’orlo del tracollo economico e morale

E sul piano musicale?

In questo ultimo periodo stiamo realizzando sonorizzazioni di poesie, film e spettacoli teatrali da eseguire dal vivo, anche se la situazione attuale blocca ogni iniziativa live. E’ estremamente stimolante lavorare in tal senso, creando una nostra interpretazione di opere a cui sono molto legato, una sorta di riavvicinamento al mondo del cinema e del teatro che porto sempre nel cuore e con cui desidero avere un rapporto attivo e non semplicemente da spettatore.

Vuol concludere l’intervista dedicando una canzone a questo momento particolare della sua vita?

Si, vorrei dedicare “C’est la vie”, di Emerson, Lake and Palmer che recentemente ho riascoltato nella toccante versione di Annie Barbazza. Tutto quello che mi è successo fa parte di questo gioco talvolta crudele, talvolta beffardo ma sempre meraviglioso che è la vita. “Like a song out of tune and out of time, c’est la vie…”